
presenta

in
con

SALUA
danza del ventre, danza del velo, danza della spada, ali di Iside
Clara Galante, Maurizio Trippitelli, Rodolfo Demontis,Sasa Mendoza,
drammaturgia e regia
IRMA IMMACOLATA PALAZZO
un progetto di
FEDERICO FIORENZA
organizzazione
ANTONELLA CIACCIA
DEBUTTO NAZIONALE
9 ottobre 2010 h 21 - PINETO (TERAMO) Teatro Polifunzionale
Mare Superiore, Mare Grande, Mare Ultimo, Mare che sta dietro, Mare dei Filistei, lago italiano, Mare strictum, mare verde, mare Bianco, Mare medio-in mezzo (alle terre), Mare, nostro mare, Mare Nostrum, il mare che si trova accanto a noi, mare interno, mare centrale di tutta la terra, e finalmente, grazie al vescovo Isidoro di Siviglia (600), questo “centro nevralgico di paesi –come sostiene Guillem- transito di culture, palinsesto storico, scambio di mercanzie, culture e lingue; talismano di verde profondità, opalino; lungo le cui vene scorre il sale che leccò il Minotauro” prende il nome di Mediterraneo. Al centro del mondo fino al 1492, con la scoperta delle Americhe.
“Barche piccole, grandi navi che vanno, che vengono e da cui discendono Ulisse, Nessuno, e poi un pupo di pezza, odii, amori, delitti, castighi e cori immensi. Isole tante, penisole confuse. Satiri, guerrieri. Templi e basiliche. Nane palme, battute da sabbie e sassi. Un partire, un tornare. Santi, briganti, poesie e tante lingue lunghe, contorte in tanti dialetti...” (F.G.Mazzeo). Innumerevoli gli inventari a lui dedicati. Geografici, storici, commerciali, poetici. Ma quanto è grande questo mare?
Platone, parlando dei confini del Mediterraneo, dice: “Stiamo tutti intorno al mare, come ranocchie intorno a uno stagno”, ma le coste sono i confini del mare non del Mediterraneo, chiosa Matvejevic’. Mare dai confini naturali e non statali, ‘oscillanti e fluttuanti’ per colpa delle onde e del vento che ne ridisegnano incessantemente le coste. Il nostro mare, continua Matvejevic’, arriva fin dove cresce l’ulivo, fin dove arriva il profumo del fico, fin dove arriva la nostra sensibilità, che si acquisisce. Si può diventare mediterraneo pur non essendoci nato. E’ plurimo: tre continenti, Europa, Asia, Africa vi si affacciano con ben 21 nazioni (a cui si devono aggiungere Portogallo, la Macedonia, Malta e Cipro). Qui sono nate le tre grandi religioni monoteiste: ebrei, cristiani, musulmani. La storia del Mediterraneo è plurale. Policulturale per eccellenza, dice lo storico Pierre Vidal-Naquet. Per secoli, popoli e razze, culture, si sono mescolati, contrapposti gli uni agli altri, come forse in nessun’altra regione di questo pianeta. Qui nasce l’alfabeto, la matematica, e astronomia, medicina, diritto, scienza naturale, filosofie e letterature tra le più grandi della storia; vi si parlano più di 200 lingue.
Ma che cos’è il Mediterraneo? E’ mille cose insieme. Come dice Braudel: Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà. Differenziata anche dal punto di vista fisico: dalle vette delle Alpi alle bassure del Nilo. Ghiacciai e deserti, rigidi inverni ed eterne primavere. E piante di ogni tipo e animali dei più diversi.
Il Mediterraneo, oltre che un luogo, è un modo di essere, di respirare, di ridere, di gioire, di piangere, dice Tahar ben Jelloun; modo di vivere che ha a che fare con la concezione del tempo, il modo di consumarlo. Il che significa prendersela comoda. “Andare piano –aggiunge Franco Cassano- significa incrociare cani senza spingerli, è dare il loro nome agli alberi, agli angoli, ai pali della luce, è trovare una panchina, è portare dentro di sè dei pensieri lasciandoli affiorare a caso durante il cammino (...). E’ vivere ad un’altra velocità, più vicino agli inizi e alle fini, là dove si compie la più grande esperienza del mondo (...). Andare lentamente è ringraziare il mondo, lasciare che il mondo ci colmi”.
La predisposizione naturale, la vocazione dell’uomo Mediterraneo è il viaggio. Il saper guardare oltre i confini, fisici e intellettuali. La spinta ad andare è vissuta come un destino e sembra essere il vero motore della civiltà mediterranea. Questo straordinario mare ci racconta una storia infinita di immigrazioni e di emigrazioni, di invasioni e di conquiste, di arrivi e di partenze, di rotte che seguivano il cammino del sole, da oriente a occidente. Dai Persiani, agli Arabi, ai Turchi, ai Germani e via via per i secoli, fino al disperato e speranzoso migrante, nostro Ulisse contemporaneo, che dell’antico archetipo conserva indomito il coraggio, per cui, rischiando la vita su una zattera, approda alle nostre coste. Gli studiosi concordano che in un’area tanto ristretta, siano fatali gli scontri. Difatti il Mediterraneo tuttora è palcoscenico di conflitti che coinvolgono il mondo. Ma forse è proprio da qui che potrebbe partire un esempio di convivenza, evitando le conquiste e al contempo favorendo gli scambi e la circolazione delle idee. Il Mediterraneo ha un passato, ma deve avere assolutamente avere un futuro. Purtroppo, quelli succitati non sono gli unici problemi da risolvere: c’è da assicurare la sopravvivenza fisica del nostro mare: ogni anno si scaricano 350 milioni di tonnellate di materiali solidi. In queste condizioni, è stato accertato che in 20 anni il Mediterraneo potrebbe morire.
Poeti e intellettuali credono –o sognano- che ad unificare il Mediterraneo saranno la letteratura, la cultura. La resistenza la fanno i visionari –insiste Jelloun- coloro che portano nel cuore questa luce mediterranea e la celebrano, la cantano al di là del tempo e delle contingenze. Bisogna ascoltare i poeti, come auspicavano Platone e Nietzsche, perchè i poeti vedono lontano e in profondità. Noi ne conveniamo.
E allora ci chiediamo ancora una volta: cos’hanno in comune tutti questi ‘mondi’ che si affacciano sul Mediterraneo? Forse è il battito del cuore del mare, il suo respiro, la sua musica.
Alla voce (elemento apollineo) a cui è affidata la poesia, il pensiero, si affiancano la danza del ventre e la musica che sfocia in trascinante pizzica (elemento dionisiaco).
La Rapsodia ODISSEA MEDITERRANEA è suddivisa in 10 movimenti musicali a cui corrispondono altrettanti temi narrativi, interpretati dai più grandi poeti delle 21 nazioni che si affacciano sul Mediterraneo. In principio è la paura (mare agitato), da vivere attraverso le parole bibliche di Giobbe che racconta del Leviatano, mostro ancestrale. Poi si parte con l’uomo di mare, l’Ulisse dantesco, archetipo del viaggiatore che a sprezzo della vita vuole scoprire nuovi orizzonti e le latebre ancora inesplorate dell’anima, fino al confine del mondo, oltrepassando i limiti della natura umana. Con Lorca, Penna, Alberti, Machado guarderemo il mare calmo ‘ridere sulle sue cetre d’argento’. Tenderemo l’orecchio al suono delle sirene e saremo presi nel laccio della mitica tempesta di Scilla e Cariddi (mare grosso). Udiremo commossi la preghiera del biblico Giona che naufraga sputato dalla balena. Scenderemo a terra, prima a Tindari con Quasimodo e poi in un altro porto, per andarcene con la Spaziani in un bordello e al mercato. Chiacchierando sul ‘pensiero meridiano’, passeggeremo con Camus (Algeria). Malato di tubercolosi si sente confortato dal sole romano. La città gli appare come un porto e dice che Villa Borghese “ha la luce delle mattine d’Algeria”. Sosteremo nelle grotte con Montale. Resteremo attoniti al racconto di Hafez Ibrahim (Egitto) sul terremoto di Messina. Sull’ondulazione lenta del mare lungo ci faremo sedurre dalla danza del ventre (di Salua) mentre sentiremo i versi d’amore appassionato di Gëzim Hajdari (Albania) e di Abu’l-Qasim Ash-Shabbi. Godremo della solarità mediterranea con Odissea Elìtis e Michalis Pierìs (Grecia). Guardando il mare morto dopo una mareggiata con Tahar Ben Jelloun (Marocco), ci interrogheremo sul mistero delle cose. Soffriremo l’esilio con Raffaele Carrieri e il Premio Nobel Georgos Seferis. Stoici reggeremo numerosi colpi di mare con Paul Valery (Francia), e con Kavafis finalmente approderemo a Itaca per scoprire che la meta è il viaggio. Predrag Matvejevic’ (Croazia) ci ripoterà in mare, per isole e con Oliver Friggieri (Malta) ritroveremo le nostre radici. Smarriti, presteremo orecchio ai versi di Islam Samhan (Giordania), accusato di apostasia e condannato a morte, e a quelli di Joumana Haddad (Libano) che rivendica la sua natura beduina, libera e ribelle, contro i tabù arcaici di una parte del mondo arabo. Incontreremo la rabbia calma di Mahmoud Darwish (Palestina) mentre ci mostra la sua ‘Carta d’identità’. Con Meir Wieseltier (Israele), osserveremo pensionati tedeschi e americani mangiare cocomeri sulle rive leggendarie di Tiro e Sidone e (mal di mare) c’indigneremo al pari di Manuel Vicent (Spagna) nel vedere i pescatori di Rodi separare il pesce dalle alghe e dalla plastica. Piangeremo con Ungaretti per la mancata integrazione di Moammed Sceab. Con Erri De Luca rivivremo l’odissea infernale dei migranti che sbarcano a Lampedusa e sentiremo parlare di pirati, feroci come Dragut. Con Hikmet (Turchia) penseremo che ‘il più bello dei mari è quello che non navigammo’. Infine, con Adonis (Siria), metteremo in atto la grande utopia: sogneremo un futuro meticcio, pena la strage o la barbarie (mare magno) e la creazione di un ponte ideale tra Oriente e Occidente. Con lui ci fermeremo a Napoli e, ballando la pizzica, sound comune a tutto il Mediterraneo, diremo speranzosi al nostro mare: buongiorno, onda.
Come dicevamo, sul Mediterraneo sono nate le tre grandi religioni monoteiste. Le sue coste hanno ospitato profeti, apostoli, e ancora oggi si sa di anacoreti che pregano contemplando il mare, meditando. Nel Concerto il sacro è affidato al canto: pagano (quello delle sirene) e religioso (un mixer di alcune strofe del Kyrie, canto cristiano, alcune strofe di un canto sacro monodico arabo e alcuni versi di un canto di Shabbat).
Musiche originali di Maurizio Trippitelli
Foto: Daniele Lanci
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