[1]Stile di danza raffinato ed elegante, si distingue in tre diversi filoni: Balady, Shabi e Classico.
Il termine arabo Baladi che troviamo traslitterato anche in Balady, Beledy o Beledi significa “ del mio paese”, “ del mio villaggio”, o " della mia città natale.” La parola può avere diversi significati. Infatti Baladi, è anche una danza popolare che si sviluppa all’inizio del secolo nelle grandi città egiziane, Alessandria e Cairo durante il dominio inglese; si assiste a un fenomeno di urbanizzazione che spinge le comunità rurali a migrare nelle città e il loro apporto fornisce nuovi stimoli alla musica e alla danza. Le comunità straniere occidentali nelle città sono numerose e influenzano in parte la musica egiziana. La sintesi avviene accostando strumenti tradizionali come il duff (tamburello a cornice), il nay e la tablah a strumenti “importati”dalla musica occidentale: tastiera, fisarmonica, sax e tromba.
La componente egiziana e le sue radici folk rimangono tuttavia molto forti e danno vita a questa specie di “folklore urbano”, chiamato appunto baladi. Da ciò nacque il taqsim balady (taqsim, taksim, taxsim, taxim, o takasim), termine arabo che si riferisce alla sezione di musica dove uno strumento specifico sta suonando un assolo. Verso gli anni trenta questa forma venne consolidata nel repertorio asarah baladi, struttura divisa in dieci parti che consiste in variazioni su un tema compiute dai diversi strumenti a turno. In questo stile di danza il bacino gioca un ruolo fondamentale: i movimenti sono intensi e precisi e si alternano alle varie sinuosità eseguite con il resto del corpo (serpenti, cerchi, otto, fiocchetti, ecc) e si fondono armonicamente creando un flusso continuo di energia di grande intensità emotiva. Ci si sposta nello spazio attraverso semplici camminate, poggiando spesso tutta la pianta del piede a terra ( a differenza del raqs sharqui dove viene più utilizzato il relevé, posizione di mezza punta del piede) e le braccia si muovono vicino al corpo assumendo delle posizioni naturali ed esatte. Il costume utilizzato è un tubino (galabya) lungo e dritto con degli spacchi laterali per facilitare i movimenti. Le maniche sono lunghe ed ampie. Una fascia viene legata sui fianchi. I capelli sono raccolti e sul capo di solito viene messo un foulard.
SHABICome dice il nome si tratta di uno stile popolare, proveniente dalle campagne, più semplice. E’ una categoria molto ampia che comprende danze regionali diverse, che però condividono un linguaggio espressivo simile derivante dall’unificazione arabo musulmana.
Molto legato alla terra, lo shabi trova la massima espressione nel saidi, danza originaria dell’Alto Egitto. Questo genere è stato particolarmente rivalutato negli ultimi anni in cui tutto ciò che è “popolare“ sta ricevendo sostegno anche dal governo egiziano, in seguito a un revival del sentimento di identità nazionale. Tant’è che vi sono anche state esecuzioni di musica shabi alla Cairo Opera House, da sempre sede esclusiva per l’esecuzione di balletti e concerti di stampo occidentale.
Sembra fosse lo stile ballato a corte. Si tratta di danza per ambienti più raffinati e ne subiscono le conseguenze i movimenti, che diventano più ampi e più dolci, meno ritmati
LA DANZA DEL CANDELABRO (RAQS AL SHAMA’DAN)Nella danza del candelabro (introdotta per la prima volta nel 1920 dalla leggendaria danzatrice Shafia al-Coptia), la danzatrice si esibisce tenendo in equilibrio sulla testa un grande candelabro, pesante e decorato con candele accese.
In Egitto, fin dall’antichità, esiste l’usanza di accendere candele intorno ad una statuina di terracotta per celebrare il sebu’ (il settimo giorno dopo la nascita). Le uniche testimonianze di statuine ritrovate ci fanno pensare che le danzatrici imitassero il candelabro stesso, indossando vestiti con intelaiature metalliche per fissare le candele. Illuminate e danzanti, le ballerine smettevano solo quando le candele erano in prossimità dei loro vestiti, distanziati dal corpo grazie ad alcuni cuscini sistemati sotto le gonne che avevano anche la funzione di accentuare il movimento dei fianchi.
La danza della melaya (scialle nero) è una danza folcloristica originaria della regione di Alessandria. L’abbigliamento è composto da una gallabiyya - abito lungo tradizionale -, un mandil - un fazzoletto con ponpon che è sistemato sulla testa - e la melaya. Con grande abilità la danzatrice riesce ad avviluppare intorno al corpo il “grande tessuto nero” eseguendo diverse varianti che a volte mettono in evidenza i movimenti del bacino e a volte quello delle braccia e dei passi mentre le mani trattengono la melaya.
Aneddoto:
Anticamente le donne venivano comprate o rapite come bottino di guerra e portate dentro i Palazzi dei “Ricchi Signori”. Non tutte si adattavano alla situazione di schiave (alcune facevano lavori domestici, altre si esibivano con danze e canti) e lo dimostravano in un modo molto singolare. Durante l’esibizione afferravano le spade dei guardiani presenti e le sistemavano in equilibrio sopra la testa. Continuavano a ballare impavide, con movimenti delicati e sinuosi, esprimendo il concetto: «tu, che controlli la mia vita, tenendo la spada sulla mia testa, non potrai mai possedere la mia anima!
Secondo W. Buonaventura “quando vogliamo indicare che qualcosa viene spiegato per la prima volta, diciamo che viene svelato o che viene fatto cadere un velo ..La metafora ha radici che risalgono fino a Iside, suprema divinità femminile dell’Egitto il cui culto sopravvisse anche durante la cristianità: Io sono tutto ciò che è stato, che è, e che sarà, e nessun mortale ha mai sollevato il mio velo.”
Il velo che viene utilizzato in questa danza è pressappoco delle stesse dimensione della melaya (lunghezza mt2.50 - altezza mt. 1.20) ma molto più leggero. La danzatrice può farlo roteare, può tenerlo sospeso in aria con ondulazioni delle braccia imitando le onde del mare, può lanciarlo verso l’alto per poi farlo posare adagio sul viso come una carezza, può nascondere o svelare parti del corpo durante movimenti sinuosi che seguono il taksim, accentuando la sensualità e il mistero della danza stessa.